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martedì 21 maggio 2019
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Alberto Sordi

Alberto Sordi

Inizia la carriera nel mondo dello spettacolo verso la metà degli anni ’30 alternandosi tra i palcoscenici dell’avanspettacolo, della rivista, e particine nel cinema. La sua voce diventa popolare grazie al doppiaggio del comico americano Oliver Hardy (Ollio), ma soprattutto nei primi anni ’40 attraverso la radio inventa una galleria di macchiette e di personaggi che poi entreranno a far parte del suo repertorio cinematografico. Questi personaggi enfatizzati sino alla maschera grottesca catturano molte delle caratteristiche dell’italiano medio, l’ignoranza sommata alla piccola furbizia, la vigliaccheria che si tramuta in atti di grande coraggio, la sbruffoneria del millantatore fallito che fanno la spola permanente tra la tragedia e la farsa lasciando nello spettatore un fondo di amarezza. Nel suo primo film I tre aquiloni (’42) è diretto da Mattòli, ma è Fellini a comprendere lo straordinario talento dell’attore romano costruendo per lui i personaggi del divo di fotoromanzi ipocrita e vanesio ne Lo sceicco bianco (’52), e dello sfaticato lazzarone ne I vitelloni (’53).

La grande affermazione arriva con Un americano a Roma (’54) di Steno, nel quale propone il bullo infatuato della cultura di massa americana sostenuta dalla potenza suggestiva del genere western, dalla riviste popolari e dai fuoriclasse dello sport, riuscendo a coniugare sia la satira nei riguardi di quella stessa cultura che il grado di provincialismo e la mutazione antropologica in atto nel dopoguerra in Italia.

Grazie al sodalizio con lo sceneggiatore Rodolfo Sonego dalla fine degli anni cinquanta la gamma tematica dell’attore si amplia ulteriormente: da Il vedovo di Dino Risi a Il moralista di Bianchi sino alla maschera tragicomica ne La grande guerra di Monicelli, tutti film usciti nel ’59.

La carrellata di performance memorabili prosegue con: Tutti a casa (’60) di Comencini, Il vigile (’61) di Zampa, Una vita difficile (’61) di Risi, Il mafioso (’62) di Lattuada, Il boom (’63) di De Sica, Il maestro di Vigevano (’63) di Petri, Il medico della mutua (’68), di Zampa. Gli anni ’70 lo vedono ancora protagonista in commedie dal sapore sempre più amaro e dalla vena caustica in sintonia con il clima pesante degli anni di piombo: Detenuto in attesa di giudizio (’71) di Loy, Lo scopone scientifico (’72) di Comencini, Un borghese piccolo piccolo (’77) di Monicelli.

Riesce ad ottenere vasti consensi popolari nel filone “papalino” con Il malato immaginario (’79) tratto da Molière, diretto da Tonino Cervi, Il marchese del Grillo (’81) di Monicelli, e In nome del popolo sovrano (’90) di Magni.

Dal ’66 con Fumo di Londra debutta dietro la macchina da presa e dirige altri film interessanti come Polvere di stelle (’73), proseguendo tuttavia in modo altalenante e manifestando una vena moralista e paternalista soprattutto nelle sue ultime prove: Il tassinaro (’83), Nestore, l’ultima corsa (’94) e Incontri proibiti (’98).




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